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Il ritorno della nostalgia

“Si stava meglio quando si stava peggio”, un detto popolare non ancora caduto in disuso, dalla pregnanza tutt’altro che scontata nonostante l’apparente contraddizione. Il ritorno alla nostalgia per un passato ideale e/o preferibile al presente non è mai scemata, conservata gelosamente come un tesoro in qualche recesso della nostra psiche, nella quale risuonano gli echi di una società coerente, di un’epoca d’oro non collocabile precisamente nell’asse temporale. Orazio, Tito Livio, Marziale, Giovenale, Persio, Tacito: in misura differente già gli autori latini, durante l’età augustea e imperiale, si sono lasciati trasportare dal vagheggiamento per un passato migliore (la virtus repubblicana o, ancora prima, gli albori della incorrotta civiltà romana), in contrapposizione a una società dai costumi disinibiti nella quale non riuscivano a identificarsi.

Chiunque può inciampare nella medesima deriva, una riflessione che sosta proprio dietro l’angolo, pronta a balzare alla giugulare del primo interlocutore sprovveduto che giunge ignaro del pericolo. È un processo ricorrente, un’esigenza psicologica che ha i contorni del mito. L’uomo, infatti, ha la persistente abitudine, difficile da debellare, di cristallizzare il passato in immagini che prevalgono sulla realtà storica. La trasfigurazione del passato e il rifugio nella nostalgia è una tendenza che possiamo riscontrare in ambito politico, sociale, ma anche culturale e letterario.

Quale ragazza non sogna di essere Elizabeth Bennet, leggendo Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen, o qualsiasi altra debuttante nella Londra dell’Ottocento? Tuttavia nel processo di identificazione con l’eroina del romanzo vittoriano si dimenticano per strada, come le briciole di pane di Hansel e Gretel, alcuni dettagli non proprio irrilevanti. Vogliamo parlare dei corsetti con le stecche di balena, del sunbonnet che al massimo poteva rendere graziosa una governante poco attraente e dell’astruso codice di comportamento che bisognava tenere in qualsiasi circostanza? Passando ad argomentazioni meno frivole, la condizione della donna inglese nel XIX secolo non era propriamente delle più favorevoli: non poteva accedere all’educazione come gli uomini; spesso veniva lasciata nell’ignoranza; aveva limitate prospettive lavorative che si riducevano a vendere il proprio corpo, fare l’istitutrice, la governante e la dama di compagnia; non era inusuale che non avesse alcuna voce in capitolo in merito alla scelta del marito, in particolare se apparteneva alla upper middle class o alla nobiltà; non poteva uscire senza essere accompagnata da un adeguato chaperon, non poteva possedere denaro proprio (eccetto in qualche particolare circostanza) e, anche se primogenita, non era la depositaria dell’eredità parentale: alla morte del padre doveva essere il parente maschio più prossimo a doversi preoccupare del suo mantenimento. L’immagine del femminile era duplice: angelo del focolare o prostituta. Tertium non datur.

In ogni epoca storica, dunque, possiamo rintracciare pregi e difetti, sebbene durante le nostre contemplazioni estatiche tendiamo, chissà come, a tralasciare gli aspetti negativi che inficerebbero lo smalto di raffinatezza della nostra fantasia, selezioniamo i ricordi, li riordiniamo come in un puzzle di strutture simboliche riconoscibili, e cerchiamo di allontanare ancora per un poco quell’insinuante lucidità che ci farebbe scorgere the dark side of the moon, quella che non vorremmo vedere. Anche adesso siamo vittime della nostalgia. La mia generazione è cresciuta con i racconti appassionati della gioventù dei propri genitori: gli aggressivi anni ‘70 e ‘80, i divertimenti sani, la buona musica, i viaggi in autostop, Il tempo delle mele, Grease… Quale nonna, poi, non ha proferito con sdegno e un pizzico di condiscendenza le parole: “Ah, i giovani d’oggi!” nelle più svariate declinazioni dialettali, mentre stava appollaiata nella poltrona davanti al televisore?

Esiste, inoltre, un tipo particolare di nostalgia che affligge un abitante su qualche milione, senza differenze d’età. E se stiamo parlando di lettura, cosa potrà mai riguardare? Il libro, naturalmente, sebbene sia assediato da una diffusa disaffezione da una parte, e dall’avvento degli e-book dall’altra.

La nostalgia è quella di Gutenberg: le lettere stampate, che si rincorrono sul foglio per rendere tangibili pensieri e idee fino ad allora invisibili. È la patria di Dante, infatti, a dare origine a una inusuale forma di protesta per il diritto alla cultura che resuscita il libro come simbolo di una rinata coscienza culturale. Il fenomeno è quello dei Book Bloc, denominazione coniata dal collettivo italiano Wu Ming, il cui romanzo Q, pubblicato sotto lo pseudonimo di Luther Blisset per Einaudi, ha avuto l’onore di figurare tra Il cavaliere inesistente, 1984, Fight Club, Furor, Don Chisciotte e molti altri classici, uno dei primi libri contemporanei apparsi assieme a Gomorra di Roberto Saviano e Noi saremo tutto di Valerio Evangelisti. Fallisce così, almeno per il momento, un atto di pirateria della politica votata alla svalutazione della cultura come appannaggio della collettività, a favore di una sempre maggiore concentrazione della stessa, come è successo in Inghilterra in seguito alla legge del governo Cameron sull’aumento delle tasse universitarie; tale provvedimento ha comportato il calo del 7,4% delle iscrizioni nel 2012, percentuale che sale all’8,7% considerando solo gli studenti britannici con cali anche del 20/25% negli atenei.

La prima apparizione dei “libri-scudo” risale al 23 novembre 2010, a Roma, quando i manifestanti scesero in piazza contro la riforma universitaria Gelmini. Il fenomeno si è successivamente diffuso come un virus: Stati Uniti, Inghilterra, Spagna, Svezia, Germania. L’adesione globale a questo tipo di contestazione, anche politica, testimonia l’esistenza di un comune denominatore: una diffusa insofferenza verso la noncuranza cui sono soggetti la cultura, l’istruzione, la formazione degli studenti, elementi fondamentali per la costruzione di cittadini consapevoli e persone che possano esprimere le loro potenzialità contribuendo a migliorare il paese in cui vivono. L’obiettivo è veicolare un messaggio – rivolto alle istituzioni, alle generazioni precedenti, ai genitori, ma anche ad altri giovani – per cambiare una tradizione che ha soffocato, per larga misura, l’iniziativa giovanile e marginalizzato la lettura come percorso indispensabile per gli individui. Il desiderio, e la pretesa, è quello di rinnovamento. La cosa che stupisce è che i promotori siano proprio i nativi digitali, i giovani studenti che la rivoluzione tecnologica l’hanno vissuta più intensamente, una generazione cresciuta sul web, che comunica con WhatsApp e considera Facebook il proprio analista.

“So di distretti in cui i giovani si prosternano dinanzi ai libri e ne baciano con barbarie le pagine, ma non sanno decifrare una sola lettera.”

La descrizione di Borges, datata 1941, potrebbe adattarsi perfettamente a una delle derive paventate da alcuni riguardo i libri come strumenti di difesa e attacco ideologico. I Wu Ming lo spiegano in un’intervista per Einaudi:

“Se la tattica del Book Bloc verrà riproposta, c’è da augurarsi che quegli scudi-libro non subiscano una sotto-connotazione. Non basta scrivere un titolo su un rettangolo di plexiglas, bisogna anche essere consapevoli del mondo di riferimenti che viene evocato. È una cosa che, anche in Italia, va oltre il Book Bloc. Le donne che, per le tante manifestazioni simultanee del 13 febbraio, hanno scelto come motto Se non ora, quando?, cioè il titolo di un romanzo di Primo Levi, hanno evocato immagini di resistenza, di dignità umana. E la cosa ha dato fastidio ai detrattori, che hanno parlato di una similitudine esagerata tra sessismo italiota e Shoah. Ma la frase, in origine, non è riferita alla Shoah: è tratta da un libro del Talmud, ed è un invito a uscire dalla prigione della propria mente, delle proprie abitudini.”

I libri diventano il simbolo di una cultura che ha perso la sua centralità, riposta nell’angolo della soffitta come un oggetto di poca importanza, i Book Bloc la mobilitazione tardiva per salvare un paziente agonizzante. Dopo tre anni, infatti, non si notano sensibili cambiamenti o inversioni di tendenze. Volgendo lo sguardo indietro alla storia italiana del ‘900, da bravi nostalgici quali siamo, notiamo un precedente a cui aspirare per un cambiamento da attuare nell’oggi, per stabilire un’abitudine alla cultura latitante? Benché il Novecento venga ricordato per il ruolo nodale degli intellettuali che, letteralmente, dominarono un’epoca storica, non possiamo esimerci dal fare qualche considerazione riguardo la loro condotta. Pochi, infatti, sono stati gli intellettuali che non si sono resi complici del regime, “rivendicando l’autonomia della cultura, la sua libertà dal potere e la sua universalità umana”. È auspicabile quindi istituire un’egemonia della cultura, della lettura, delle idee, da sempre appannaggio di un’elite “illuminata”? Non è stata forse questa la “fatale presunzione” del secolo scorso?

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