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About sex, love and other remedies: True Blood

On account of a friend I found myself reading about Ask.fm (of which I have not still caught the inherent meaning, apart from a continuous showing off). I do not have sex: but love: the antithesis of the nowadays famous I fuck hard by Christian Grey, the playmate of millions of women, who bothered even the firemen, and not for a streaptease. The user of the social network is feminine and it is plain to see. It is usually a woman who embodies a romantic ideal of the couple, as well as the guardian of a universal allegory that has been customizing her for centuries.

The feminine’s image is like a sheet of paper: no thickness, two-sided only, the Saint or the Whore. Women are the custodian of positive values: Procreation, Trueness to a man and Self-denial to the neighbour, even when it leads to an extreme negation of one’s identity. This is due to the fact they are entirely programmed to sacrify themselves, not caring about their own value. In most cases, women are perceived as mere physicalness, and the feminist’s debate mainly focuses on body commercialization, even for toothpaste advertising, and it does not deal too much, I think with dentine enamel’s brightness. This image is a cultural construction that is still alive, in a cyclic gender backlash that makes us revert to the previous state, giving us only a fleeting satisfaction.

However, what if the roles should reverse? How the public could react if some of the peculiar masculine attitudes were given to a woman? We have an answer thanks to Sookie Stockhouse’s performance on the seventh episode of the current season of True Blood, entitled In the Evening. At the end of the previous episode, Don’t You Feel Me, Sookie gives herself to Warlow, after these words “Downtown this is what they think about me: they call me a danger loving slut. And you see: I think they are right.” She showes an emblematic look on her face: she is in despair, almost hopeless. The core of ideals and hopes of the series, she who has taken up the vampiric nature – twice – decides fighting is not worthwhile anymore. There is a growing feeling of resignation in Sookie’s mind, she who was till then projected to the happy ending, although her desire to be loved cannot be so easily erased. “Forever” is a psychological need, indelibly imprinted in our DNA: it is not only happy ending in Disney’s style.

In these case the roles of man and woman are reversed: Sookie is the one who keeps her distance, her cynism is an armor which shields her own feelings, while Warlow is the illusions’ depositary. “Do you think that just because we had sex now I am gonna marry you’?” […] “Did you ever go to bed with other women when things did not work between us?” “You know that it was not just sex” Warlow says. “It is not a simple crush”. “No, it never is” is Sookie’s reply. And behind that dull irony we can see some kind of truth, because Sookie finds it difficult to tell apart physical pleasure from love, which always seems to drift away from her hands. The general opinion of the fandom about ‘miss fair’ never exceeded the unforgettable definition of Pam, in the fourth season: “I am so over Sookie and her precious fairy vagina and her unbelievably stupid name!” Sookie is nothing but the trasformation of a Saint (previously exquisitely virgin) into the stereotype of a bitch, although she have only had three men in her life, if you think of it. No wonder why the public should not apply the same judgment categories of a fiction (both literary and televisional) even to ordinary people.

Italian Version

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Di sesso, amore e altri (pochi) rimedi: True Blood

A causa di un amico, m’è capitato di leggere su Ask.fm (di cui devo ancora cogliere il significato intrinseco, a parte un continuo show off) Io non faccio sesso, ma l’amore, l’antitesi dell’ormai celeberrimo I fuck hard di Christian Grey, il compagno di giochi di milioni di donne che ha scomodato anche i pompieri, e non per uno spogliarello. L’utente del social network è di sesso femminile, e come dubitarne. Solitamente è la donna che incarna l’ideale romantico della coppia, nonché la depositaria di un’allegoria universale che la personalizza da secoli. Scriveva Simone de Beauvoir:

Poiché in quanto Madre fu ridotta a serva, in quanto madre sarà amata e venerata. Dei due antichi volti della maternità, l’uomo d’oggi ne vuole conoscere uno solo, quello sorridente. Limitato nel tempo e nello spazio, con un corpo finito e una vita che deve spegnersi, l’uomo non è che un individuo imprigionato nel seno d’una natura e d’una storia che gli sono estranee. Limitata come lui, simile a lui, perché anch’essa abitata dallo spirito, la donna appartiene alla natura, è attraversata dalla corrente senza fine della vita; ha quindi il carattere di mediatrice tra l’individuo e il cosmo. Quando l’immagine della madre diviene rassicurante e santa, si capisce che l’uomo si volga a lei con amore. Sperduto nella natura, cerca di liberarsene; ma diviso da lei, aspira a ricongiungersi. Saldamente assista nella famiglia, nella società, in armonia con le leggi e i costumi, la madre è l’incarnazione del Bene: la natura cui partecipa diviene fausta, propizia; cessa d’essere nemica dello spirito.

Provate a sostituire Donna a Madre, e vedrete che la riflessione rimarrà altrettanto valida. L’immagine del femminile è come un foglio di carta: senza spessore, può mostrare solo due facce che corrispondono alla santa e alla puttana. La donna è la depositaria di valori positivi, l’oggetto destinale attraverso il quale può avvenire la procreazione, l’incarnazione della fedeltà all’uomo e dell’abnegazione verso il prossimo, che giunge anche all’estrema negazione dell’identità, perché essa si è costruita interamente sul sacrificio per l’altro e non sul valore della persona che si è. Nella maggior parte dei casi, la donna è percepita come mera fisicità, e anche al centro dei dibattiti femministi il posto d’onore spetta al corpo mercificato, strumento di promozione anche di un dentifricio, che poco, credo, ha a che fare con lo splendore dello smalto dentinale. Questa immagine è una costruzione culturale che permane ancora oggi, in un ciclico gender backlash che ci fa regredire allo stato precedente, dandoci solo qualche soddisfazione passeggera.

Cosa accadrebbe se i ruoli fossero invertiti? Quale sarebbe la reazione del pubblico se a una donna venissero attribuiti atteggiamenti tipicamente maschili? Abbiamo la risposta grazie alla performance di Sookie Stackhouse nel settimo episodio della stagione di True Blood in corso, In the evening. Alla fine della puntata precedente, Don’t you feel me, Sookie dona il proprio corpo a Warlow dopo aver pronunciato queste parole: “In città c’è una opinione generalizzata su che razza di ragazza sono. Mi chiamano troietta amante del pericolo. Vedi, sto iniziando a pensare che hanno ragione”, e l’espressione dipinta sul suo viso è emblematica: è disperata, hopeless quasi. Il nucleo di ideali e speranze della serie, colei che ha abbracciato la natura vampirica per amore – twice –, decide che non vale più la pena lottare. Nella mente di Sookie, finora proiettata nel vissero felici e contenti, si fa strada la rassegnazione, anche se il desiderio di essere amati non può essere debellato con altrettanta facilità, il per sempre è un’esigenza psicologica tatuata in modo indelebile nel nostro DNA, e non solo a causa dell’happy ending disneyano.

I ruoli tra maschile e femminile, qui, sono invertiti: è Sookie a prendere le distanze, a fare del proprio cinismo una corazza per proteggere i propri sentimenti, mentre Warlow è il depositario delle illusioni. “Non è che pensi che, solo perché abbiamo fatto sesso, ti sposerò? […] Non sei mai stato con una donna, quando le cose tra voi non andavano bene?” “Sai che questo non è stato solo sesso“, dice Warlow. “Non è una semplice infatuazione.” Sookie risponde: No, non lo è mai. E, dietro quell’ironia spenta, possiamo scorgere un fondo di verità, perché anche per Sookie è difficile separare il piacere fisico dall’amore che sembra sempre scivolarle via dalle mani. L’opinione generale del fandom sulla signorina fatata non ha mai oltrepassato l’indimenticabile definizione di Pam, nella quarta stagione: “I am so over Sookie and her precious fairy vagina and her unbelievably stupid name!” Sookie altro non è che la trasformazione da santa (prima era squisitamente vergine) a puttana nell’immaginario comune, sebbene, a pensarci, ha avuto solo tre uomini nella sua vita. Abbastanza, secondo voi? E cosa impedisce al pubblico di applicare le stesse categorie di giudizio della fiction (sia telefilmica che letteraria) anche alle persone normali?

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