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Dietro la maschera: apologia dello pseudonimo

L'importanza di chiamarsi Ernesto

Ho una venerazione viscerale per Oscar Wilde, sia come scrittore che come personaggio, sebbene sia inflazionato come le frasi dei Baci Perugina. La qual cosa mi fa stringere sempre il cuore, anche se nell’angolo razionale – e remoto – della mia psiche io sia più che convinta che le sfrenate condivisioni sui social network avrebbero prodotto in lui un immenso, e perverso, piacere, come lo è stato prendere per i fondelli l’intera upper middle class inglese per decenni, sul finire del XIX secolo. Anche la sottoscritta tende a utilizzarlo e citarlo in maniera quasi spasmodica, tuttavia per giustificarmi dico a me stessa che lo faccio come mero tributo intellettuale a uno dei più grandi e geniali scrittori inglesi.

Recentemente, ho riletto The importance of being Earnest. A trivial comedy for serious people, che consiglio di leggere in lingua originale (come tutte le altre opere dell’autore, anche Il ritratto di Dorian Gray) per comprendere i numerosi giochi di parole e allusioni utilizzati da Wilde a partire dal titolo, che per mantenere il word-play avrei tradotto L’importanza di essere Franco – a differenza del più comune L’importanza di chiamarsi Ernesto – anche se Franco non è l’esatta traduzione di Earnest che significa piuttosto “serio” e/o “onesto”. È particolarmente consigliata la trasposizione cinematografica del 2002 diretta da Oliver Parker e interpretata da Colin Firth e l’indimenticato Rupert Everett, un gioiellino di drama in costume.

La breve commedia è un riuscitissimo accostamento di affermazioni aforistiche assurde e ciniche, che compongono un divertente ritratto della società e delle maniere dell’epoca, criticate con la leggerezza impudente che contraddistingue lo scrittore dublinese. È intelligente, tremendamente intelligente, checché lo stesso autore, ironicamente, la descriva come “trivial”. Poche parole scelte (neanche un centinaio di pagine di script), e dialoghi inconsistenti in superficie ma profondi per la riflessione. La miglior performance è da attribuire a Lady Bracknell durante il colloquio con Jack “John” Worthing, un ritratto delineato con arguzia per rappresentare la vacuità di un’intera classe sociale, che distoglie lo sguardo dal vizio e perora la causa della virtù ipocrita.

Jack: I have lost both my parents.
Lady Bracknell: To lose one parent, Mr. Worthing, may be regarded as a misfortune; to lose both looks like carelessness. […] I would strongly advise you, Mr. Worthing, to try to acquire some relations as soon as possible, and to make definite effort to produce at any rate one parent, of either sex, before the season is quite over.

Wilde, per tutta la durata della commedia, sembra voler giocare con il lettore, o gli spettatori pensando alla rappresentazione teatrale. La risata che provoca è immediata, ma le parole sono scelte accuratamente, e il lettore “interagisce” con il testo cercando di demistificare l’illusione provocata da affermazioni contraddittorie e teatrali, pensate per stupire. Definirei Oscar Wilde come la versione maschile e sfacciata dell’ironia e dell’arguzia più riservate, ma non meno taglienti, di Jane Austen, vissuta però cinquant’anni prima.

Uno scambio di battute, presente in una delle scene omesse dalla redazione definitiva, viene in mio aiuto per introdurre il tema dello pseudonimo.

Jack Worthing: You are Gribsby, aren’t you? What is Parker like?
Gribsby: I am both, sir. Gribsby when I am on unpleasant business, Parker on occasions of a less serious kind.

L’avvocato tenuto a riscuotere un pagamento per procura rivela la propria doppia identità. Gribsby per gli affari spiacevoli, e viceversa Parker per quelli lieti. L’intera commedia di Wilde ruota attorno a un misunderstanding linguistico (e non solo) riguardo il nome Ernest, di cui Jack si serve in città, mentre in campagna lo utilizza come identità fasulla di un fratello inesistente (e libertino) che verrà successivamente impersonato da Algernon (seduttore come non ne fanno più, aggiungerei). Le stesse signorine, Gwendolen e Cecily, si innamorano non delle personalità rispettivamente di Jack e Algernon, ma del nome proprio con cui essi si sono presentati per la prima volta.

Gwendolen: Even before I met you I was far from indifferent to you. We live, as I hope you know, Mr. Worthing, in an age of ideals. The fact is constantly mentioned in the more expensive monthly magazines, and has reached the provincial pulpits I am told: and my ideal has always been to love some one of the name of Ernest. There is something in that name that inspires absolute confidence. The moment Algernon first mentioned to me that he had a friend called Ernest, I knew I was destined to love you.

Sia l’avvocato che Jack hanno esternato l’esigenza di una denominazione differente a partire dalle circostanze. Il medesimo ragionamento può essere applicato alla letteratura, nella quale da sempre vengono usati pseudonimi più o meno risaputi e per svariati motivi. I pen names vengono impiegati anche da autori piuttosto noti per nascondere la propria identità, in particolare quando decidono di cambiare genere letterario, ma non solo. Accade che i lettori, come Gwen e Cecily, “si innamorino” di un nome, quello dell’autore stampato sulla copertina; accade che i lettori “si innamorino” di una parte (ridotta) dell’estro artistico di uno scrittore e non vogliano lasciarlo evolvere. Negli anni ‘80 è stato il caso di Stephen King, prolifico autore conosciuto soprattutto per la sua produzione horror. King decide di crearsi una nuova identità, completa di biografia inventata (con annesso figlio morto tragicamente). Non solo un nome da apporre in copertina. Nasce così Richard Bachman.

In due occasioni, King spiega la propria scelta (The importance of being Bachman – 1996 – e Why I was Bachman – 1985, quest’ultima utilizzata come prefazione all’edizione italiana Sperling & Kupfer), che è personale ma anche esistenziale, come se avesse creato una persona nella quale riversare una parte privata, sconosciuta, di se stesso. L’autore statunitense, infatti, ha creato un alter ego perfettamente costruito e compiuto con il quale scrivere altre storie da una nuova prospettiva e impregnate di “low rage and simmering despair”. L’eteronimo gli avrebbe dato la possibilità di esprimersi senza il peso del proprio nome, gli avrebbe dato la possibilità di scrivere per il proprio diletto e di essere apprezzato per il contenuto e non per l’identità a cui i lettori erano già affezionati. Bachman ha detto quello che Stephen King non avrebbe potuto, come egli stesso ha ammesso. Ciò nonostante moltissimi lettori si sono sentiti traditi dall’autore, ma King spiega meravigliosamente la propria scelta, anche se con una punta di amarezza.

When it was written, Bachman’s alter ego (me, in other words) wasn’t in what I’d call a contemplative or analytical mood. Bachman was never created as a short-term alias; he was supposed to be there for the long haul, and when my name came out in connection with his, I was surprised, upset, and pissed off. […] Probably the most important thing I can say about Richard Bachman is that he became real. […] He took on his own reality, that’s all, and when his cover was blown, he died. I made light of this in the few interviews I felt required to give on the subject, saying that Richard Bachman had died of cancer of pseudonym, but it was actually shock that killed him: the realization that sometimes people just won’t let you alone. […] The importance of being Bachman was always the importance of finding a good voice and a valid point of view that were a little different from my own. Not really different; I am not schizo enough to believe that. But I do believe that there are tricks all of us use to change our perspectives and our perceptions – to see ourselves new by dressing up in different clothes and doing our hair in different styles – and that such tricks can be very useful, a way of revitalizing and refreshing old strategies for living life, observing life, and creating art.

È accaduta una situazione simile a J.K. Rowling qualche mese fa. La creatrice di Harry Potter aveva pubblicato il 30 aprile The Cuckoo’s Calling sotto lo pseudonimo maschile Robert Galbraith, che secondo l’etimologia significherebbe “famoso estraneo” (qui lo chapeau è d’obbligo), sebbene l’autrice abbia dichiarato che ha scelto questo nome perché Robert F. Kennedy è il suo eroe e, inoltre, perché da bambina voleva sempre essere chiamata “Ella Galbraith”. L’editore della crime novel è Sphere, una sezione editoriale di Little Brown, medesima casa editrice di The Casual Vacancy. La mamma di Harry Potter ha dichiarato, dopo essere stata pizzicata dal The Telegraph, che scrivere sotto pseudonimo è stato “liberatorio”, un ritorno alle origini.

I was yearning to go back to the beginning of a writing career in this new genre, to work without hype or expectation and to receive totally unvarnished feedback. It was a fantastic experience and I only wish it could have gone on a little longer. […] If anyone had seen the labyrinthine plans I laid to conceal my identity (or indeed my expression when I realized that the game was up!) they would realize how little I wanted to be discovered.

Alcuni lettori, però, sembrano non accettare questa scelta, che comporta per lo scrittore la perdita totale dei benefici dati dalla propria popolarità (Bachman aveva venduto circa 40mila copie, dopo la rivelazione 400mila; 8500 copie sia in cartaceo che digitale e due offerte per trasposizioni televisive per Robert Galbraith prima che si scoprisse essere la Rowling). Il problema è la relazione, che comporta la spesa di un segmento della propria libertà. Come accade più diffusamente per attori e cantanti, anche gli scrittori devono dividersi con il pubblico, renderlo partecipe. Donare all’umanità delle storie, entrare in relazione con il pubblico implica un accorciamento delle distanze. L’immagine pubblica crea un rapporto personale fittizio, ma anche tramite le parole scritte il lettore sente l’autore più vicino, come se fosse un amico, perché – a differenza dei decenni e secoli precedenti – lo scrittore è sempre più un personaggio, che espone non solo le proprie opere, ma anche se stesso. Non è più una figura sconosciuta, con cui è impossibile venire a contatto. Alla fine i lettori lo reclamano, non lo vogliono diverso e lo scrittore non può più restare solo.

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I pirati del terzo millennio

Immagino che tutti conoscano Capitan Jack Sparrow, magnetico e stravagante protagonista della saga de I pirati dei Caraibi della Disney. Dimenticatelo, perché nel 2013 la parola pirati ricorda quelli somali e quelli digitali. A differenza dei primi – equipaggiati di fucili d’assalto e, più spesso, di armi improvvisate – i pirati digitali annoverano tra le loro file l’umanità più varia, a partire da adolescenti che vestono ancora Hello Kitty, dormono col peluche dell’infanzia e infestano Ask.fm con il loro gergo da istant message (e magari sono anche beliebers o directioners). Se il nemico giurato del grazioso collo lercio di Sparrow è la Corona Britannica, quello degli scaricatori compulsivi e illegali sono gli artisti e gli editori, non di certo la polizia postale.

La pirateria è un fenomeno diffuso non solo nel campo editoriale – basti pensare all’industria discografica – ma è proprio dello scaricamento illegale di libri di cui parlerò oggi. La pirateria è un sintomo, la spia che ci rivela che un cambiamento di paradigma è in corso. Non si tratta solamente di condannare questa prassi ormai consolidata, ma scoprirne le cause intrinseche e cercare di sfruttare il fenomeno a proprio vantaggio, essendo al momento impossibile da debellare. Attenuarne i disagi, ecco il diktat che bisognerebbe seguire, lamentarsene serve a poco.

La pirateria digitale ha subito un sensibile incremento a seguito della massiccia diffusione di e-reader e tablet, supporti ideali per la lettura di e-book che appena qualche anno fa rasentava livelli assolutamente trascurabili in Italia. Le politiche degli editori italiani, però, hanno contribuito all’inasprimento del fenomeno dei download illegali rendendo disponibile un catalogo più vasto di libri digitali a un prezzo proibitivo che, sovente, supera anche i dieci euro. Ciò ha consolidato l’abitudine a usufruire degli e-book piratati piuttosto che l’acquisto attraverso Bookrepublic e altre piattaforme dedicate. In particolare gli editori tradizionali, che si assicurano i maggiori ricavi dall’edizione cartacea (a differenza dei nativi digitali), dovrebbero pubblicare gli e-book a prezzi più accessibili che non superino i quattro euro, giacché le spese per editing, traduzione, correzione, grafica sono ampiamente già coperti dai ricavi del cartaceo.

Le case editrici hanno peccato di scarsa lungimiranza anche nel trattare con il digitale: non hanno saputo adeguarsi alle nuove esigenze e ai cambiamenti in atto, hanno investito sul breve periodo ricercando affannosamente nuovi bestseller – a discapito dei longseller. Le major si sono impegnate per la pubblicazione di numerosissimi romanzi di scarsa qualità, da una parte abituando una fascia di lettori alla mediocrità e dall’altra precludendo a romanzi più meritevoli – anche stranieri – di venir pubblicati. Si distinguono in questo panorama una manciata di editori indipendenti che hanno cercato anche in pochi anni di fidelizzare il lettore attraverso una linea editoriale precisa e studiata, volta alla pubblicazione di testi ritenuti di qualità che potessero fidelizzare una fascia di lettori che permettesse loro la sopravvivenza.

I grandi successi editoriali hanno da sempre favorito, grazie ai loro lauti incassi, l’investimento in pubblicazioni di nicchia, che non avrebbero di certo potuto vendere centinaia di migliaia di copie. Ora invece, a causa anche di una pesantissima crisi libraria (nel primo semestre 2012 il Gruppo Mondadori aveva registrato un –67% che si è risolto in una percentuale positiva solo grazie alla trilogia erotica della James), gli editori preferiscono sempre più spesso la certezza degli epigoni, sebbene poi i risultati non siano neanche lentamente soddisfacenti come prospettato. Moltissimi lettori, quindi, preferiscono scaricare un romanzo e “testarlo”, piuttosto che comprarlo a scatola chiusa. Anche la narrativa di genere, soprattutto riguardante il fantastico, è stata inquinata da romanzi di scarsa qualità (da cui proviene l’equazione intrattenimento = pessima qualità), strategia che non ha pagato nel lungo periodo. In America i vampiri sono sulla cresta dell’onda fin dagli anni ‘90 grazie al successo di celebri saghe scritte da Laurell K. Hamilton e Anne Rice, solo per fare qualche esempio; in Italia il fenomeno è andato esaurendosi in circa un lustro, e attualmente subiamo i postumi del fenomeno con la pubblicazione di libri i cui diritti sono stati acquistati negli anni scorsi. Molti romanzi interessanti, però, sono rimasti ancora inediti, per la gioia dei lettori che possono leggere in lingua originale.

Le cause dell’aumento della pirateria sono dunque due: i prezzi proibitivi degli e-book, che talvolta sono anche superiori al prezzo del cartaceo scontato, e la disaffezione dei lettori per l’offerta libraria. Poco saggiamente, inoltre, le case editrici hanno cercato di risolvere il problema utilizzando il codice DRM (Digital Rights Management), che dovrebbe impedire la copia dell’e-book. Uso il condizionale perché in realtà la tecnologia DRM è totalmente inefficace, persino per chi non è un genio dell’informatica o il gemello non riconosciuto di Sheldon. Il DRM preclude la possibilità al lettore di poter leggere il libro acquistato su più dispositivi, e risulta una grande noia per chiunque acquisti legalmente. Chi ha fatto della pirateria il proprio hobby considera queste trovate delle divertenti facezie. A perderci, anche in questo caso, è il lettore, privato della stessa libertà che fornisce il cartaceo (che può essere letto in qualunque momento, in qualunque modo e anche prestato) che, nonostante sia il principale acquirente, non beneficia delle attenzioni degli editori.

Spesso si leggono le – legittime – lamentele degli scrittori. C’è un però. Sono inutili. I lettori che usufruiscono della pirateria non smetteranno di farlo perché qualcuno sui social network o sui blog spiegherà loro quanto tempo – e sofferenze di varia natura – hanno utilizzato per scrivere il loro romanzo. È ininfluente. Al lettore interessa la materia, l’intrattenimento. Il risultato, non il processo. Cercare di convincerli svelando il lato umano della scrittura è una perdita di tempo utile per fare altre cose, tipo imparare a fare la pizza, cosa che personalmente a me non è mai riuscita (come i muffin). La pirateria, invece, dovrebbe essere sfruttata, soprattutto dagli scrittori emergenti italiani.

La pirateria, infatti, permette al libro di circolare in modo massiccio attraverso una fascia amplissima di lettori che altrimenti, con i canali tradizionali (e lacunosi) della piccola editoria, sarebbe impossibile raggiungere. Il free download, anche se illegale, potrebbe essere convertito in un’ottima strategia di marketing (se ben utilizzato) che consentirebbe a uno sconosciuto di entrare nelle librerie virtuali di migliaia di utenti. Il pensiero secondo il quale una copia piratata è una copia in meno acquistata è una chimera. Il 90% dei pirati non avrebbero speso nemmeno 99 cent per i libri che scaricano illegalmente, e questo per vari motivi. Uno è sicuramente un motivo di tipo economico: non tutti i lettori compulsivi possono permettersi la spesa di tutti i libri che vorrebbero leggere, e da questo punto di vista il servizio bibliotecario non aiuta perché scarso e poco capillare. A questo si aggiunge il timore di spendere invano del denaro per un prodotto scadente. Si aggiungano, poi, i lettori che condividono l’idea di cultura libera fruibile a tutti; per loro il download gratuito è una presa di posizione ideologica (ma sono una minoranza).

Gli scrittori dovrebbero quindi puntare sul prodotto, sia dal punto di vista contenutistico che grafico. Il romanzo che propongono deve essere ammiccante, avere una sinossi accattivante e una copertina originale, ben fatta e costruita, non gli orrori che sembrano essere fatti da un bambino con Paint (che è la prassi, quasi). La grafica dovrebbe essere il biglietto da visita, perché anche dall’esteriorità il lettore capisce quanto impegno è stato profuso per la nascita di quel libro. In secondo luogo lo scrittore (e l’editore) dovrebbe puntare sullo scritto: presentare un’impaginazione ariosa, un testo senza errori che distolgano l’attenzione, una trama originale e una bella scrittura. Se il romanzo è meritevole, la pirateria potrebbe anche scatenare un circolo virtuoso non indifferente (non è inusuale il successivo acquisto del cartaceo o dell’e-book se soddisfatti della lettura), perché talvolta anche il lettore sa premiare gli sforzi e la qualità.

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