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Signoria e servitù secondo Margaret Powell

Ai piani bassi

“I’ll be leaving in the morning Lady Grantham, I doubt we’ll meet again.”  “Do you promise?
Downton Abbey

Difficile resistere al lato oscuro del marketing. È come cercare di non mangiarsi a cucchiaiate un vasetto di Nutella innocente. Sempre più spesso, negli ultimi anni, le case editrici hanno deciso di spogliarsi di ogni parvenza di  “rispettabilità” per lasciarsi trascinare dal trend delle fascette e degli strilli esagerati, come testimonia il blog Fascetta Nera, che raccoglie quelle più buffe e divertenti.

Ai piani bassi di Margaret Powell è stata una delle vittime designate della cattiva promozione editoriale di Einaudi, che lo designa come il libro che ha ispirato la serie tv Downton Abbey. In realtà le memorie della Powell prendono avvio nell’Inghilterra degli anni Trenta, raccontando l’ascesa dell’autrice stessa da semplice sguattera a cuoca, mentre Downton Abbey è ambientato negli anni Dieci e racconta gli intrighi e le relazioni di una famiglia nobile all’inizio del nuovo secolo. Sebbene a dividerli ci siano solo un paio di decenni, difficilmente Julian Fellowes ha adottato il testo della Powell come strumento per caratterizzare la vita dei domestici nella tenuta del conte di Grantham: Ai piani bassi, infatti, non è un documento accurato del segmento storico che era di suo interesse e, infine, l’affresco della quotidianità dei domestici nella serie in costume è stato chiaramente edulcorato (probabilmente per rendere la trasposizione più adattabile alla sensibilità del pubblico moderno), quasi ricoperto da una patina di sentimentalismo che lega i dipendenti alla famiglia nobile a cui sono sottoposti. È più probabile che abbia ispirato invece Upstairs, Downstair, serie della BBC One del 2010 scritta e diretta da Heidi Thomas, naturale continuazione dell’omonimo period drama trasmesso dalla ITV dal 1971 al 1975.

Nonostante la presentazione non proprio veritiera, Ai piani bassi raffigura uno spaccato storico affascinante proprio in virtù della sua soggettività, filtrata da una voce narrante che però mantiene sempre un certo grado di impersonalità. L’opera ha come soggetto privilegiato i ricordi della Powell, che talvolta sembrano essere accarezzati da una sottile malinconia, come se l’autrice stessa rimpiangesse quei giorni di duro lavoro e misere condizioni. La nostalgia della sicurezza, sebbene quella derivante dalla consapevolezza di appartenere a un ceto inferiore, in contrasto con l’imprevedibilità del progresso economico e sociale? Forse. Un quesito molto controverso, considerando il tradizionalismo ferreo delle persone a servizio (una forma mentis instillata fin dalla tenera età con l’abitudine), perché queste memorie restituiscono un’immagine particolarmente vivida della velocità con cui il secolo breve, secondo la definizione di Hobsbawn, ha finito per esaurirsi in cambiamenti epocali, inimmaginabili anche per i più ottimisti e lungimiranti.

Le differenze sociali sono sempre accentuate da un abisso incolmabile, tuttavia anche in Downton Abbey si nota come siano spesso gli stessi domestici a sottolineare il divario esistente tra le classi, e come siano essi predisposti a preservare l’ordine stabilito come silenziosi guardiani.  Al conservatorismo e all’eccessiva virtù di Mr Carson – il maggiordomo di Downton di cui, in seguito, si scoprirà un passato quantomeno scandaloso a suo dire – si contrappone, infatti, un’anticonformista Lady Sybil Crawley, sinceramente devota alla causa suffragista che sceglierà di far prevalere l’amore sulle convenzioni sociali sposando Tom Branson, un rivoluzionario irlandese alle dipendenze del VI conte di Grantham come chauffeur.

Il mio primo ricordo è che gli altri bambini sembravano tutti più ricchi di noi.

Lo stile di scrittura di Ai piani bassi è lucido, cristallino quasi, e allo stesso tempo comunica una sensazione di familiare intimità; la Powell, infatti, si dimostra una narratrice accorta e sensibile nel rivelare con leggerezza e un distintivo humor inglese, senza indulgere in rancore o rabbia, anche gli episodi più spiacevoli della sua esistenza. Frequenti sono i paralleli fra le epoche, un continuo susseguirsi e sovrapporsi di piani temporali e costumi differenti, costruiti attraverso una scrittura confidenziale che veste i toni del realismo più riuscito. Leggendo le memorie di Margaret Powell è impossibile non soffermarsi su alcuni significativi paragrafi, che alludono più di quanto non raccontano. Talvolta è impossibile non provare commozione.

Le lacrime mi rigarono le guance: mi sembrava terribile che qualcuno potesse considerarmi così vile da rifiutarsi addirittura di prendere qualcosa dalle mie mani, se prima non l’avevo messo su un vassoio d’argento.  […] A mia madre non ne parlai neppure. A che sarebbe servito rendere infelici anche loro? Comunque, credo che si sarebbe limitata a dirmi di non farci caso, e avrebbe avuto ragione: era l’unica cosa possibile, se si voleva conservare un po’ di orgoglio. Non farci caso. […] In realtà mi sono resa conto, in tutti i miei anni di servizio, che i datori di lavoro si interessavano sempre molto del nostro benessere morale. Del benessere fisico gli importava meno di niente: fintanto che eri in grado di lavorare, pazienza se avevi mal di schiena, mal di stomaco o mal di chissà che, ma si preoccupavano della tua moralità sotto tutti gli aspetti. Per loro, questo significava prendersi cura della servitù, interessarsi di chi stava in basso. […] Poco alla volta il coraggio morale viene a mancare: stando a servizio, ho finito per tollerare tante cose che non mi piacevano.

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